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La storia d’amore tra i cittadini di Scicli e l’anarchico Uomo Vivo, ambasciatore della Gioia

Quella del Gioia è l’unica processione di corsa che abbia mai visto in vita mia, ecco, tutti questi ingredienti mi hanno incuriosito. Devo dire che la notte che sono capitato qui la prima volta, nella Pasqua del 2004, mi sentivo veramente come quando si leggono quei racconti di Ernest Hemingway, quando scopre un paese della Spagna, dove si lasciano scappare i tori nelle strade. Quando ho visto il Gioia ho detto: O è Michael Schumacher, oppure è un toro e siamo a Pamplona. Ho avuto queste due immagini in mente, ho pure temuto per la banda, pensavo che prima o poi il Gioia l’avrebbe travolta“. Queste le parole del cantautore Vinicio Capossela sulla Festa del Gioia di Scicli, alla quale ha dedicato un canzone registrata con la banda cittadina.

Il Gioia (o Uomo Vivo) è la statua di Cristo Risorto che viene portata in processione dai portatori il giorno di Pasqua, con un braccio alzato come a chiedere di gioire nella cittadina del Val di Noto, Patrimonio dell’Umanità. Una processione anarchica, gioiosa, senza regole che travolge fisicamente paesani e turisti. Una sorta di abbraccio del Gioia, che porta con sè la luce e la speranza della Primavera, ai suoi fedeli che lo amano in modo viscerale. Commozione, lanci di fiori, fuochi d’artificio accompagnano il suo cammino.

 

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Esce intorno alle 13 dalla sua chiesa, per rincasare temporaneamente, intorno alle 15.00, nella chiesa del Carmine. Di pomeriggio, alle 16.00, il Gioia fa il suo giro istituzionale su camioncino per tutta la città. Processione composta e serena questa. Poi riprende la sua corsa la sera, intorno alle 22.30, quando viene trascinato fuori dalla chiesa del Carmine dai portatori. Rientra in mattinata, intorno alle 3.00 del mattino, nella sua casa: la Chiesa di Santa Maria la Nova.

Una vera e propria storia d’amore, quella tra il Gioia, fortemente antropomorfizzato, e gli abitanti di Scicli. Pare che fosse pure tesserato al Partito Comunista Italiano, tessera numero zero della locale sezione. Fino a qualche decennio fa era accompagnato di fronte alla sezione della Camera del Lavoro per un inchino. Immancabile la puntatina alla bettola di Zia Cuncetta, nel cuore più impenetrabile del centro storico, per una bevuta in compagnia, visitava al vecchio carcere i carcerati, all’ospedale gli ammalati.

 

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Per un giorno all’anno il Gioia vive da sciclitano, con una vita che il popolo ha voluto inventare per lui.
Scicli, ogni anno, attende, si emoziona, sotto un oceano di mani che sollevano al cielo l’Uomo Vivo, come ultima speranza, nell’attesa di tempi più radiosi.

Foto di Rosalba Nifosì

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Montalbano e “Una faccenda delicata”: in anteprima dieci minuti dell’episodio

A Vigata è stato commesso un omicidio. La vittima è una prostituta, strangolata nell’appartamento in cui lavorava. Generosa, benvoluta da tutti, felicemente sposata: difficile trovare un motivo percui qualcuno potesse avercela con lei. Tocca a Montalbano risolvere il caso in “Una faccenda delicata”, in onda questa sera alle 21.20 su RaiUno,il primo dei due nuovi episodi della “saga tratta dai romanzi di Andrea Camilleri (il prossimo, “La piramide di fango”, il 7 marzo), regia di Alberto Sironi, protagonista Luca Zingaretti, una produzione Rai Fiction – Palomar, prodotto da Carlo Degli Esposti e Nora Barbieri con Max Gusberti. Di “Una faccenda delicata” Repubblica.it vi presenta in anteprima esclusiva i primi dieci minuti: tutto comincia così…

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Il Barocco Ibleo, la pietra locale e gli anonimi artisti che l’hanno scolpita

Nella foto, balcone palazzo nobiliare di via Nicolaci a Noto

Quando si parla di Barocco siciliano e ibleo, spesso si fa riferimento alla storia, all’architettura, alle produzioni artistiche, ai progettisti, ma quasi mai si accenna a quegli anonimi artisti che hanno scolpito la porosa pietra di Modica e Ragusa, piuttosto che quella di Noto e Palazzolo Acreide. Ricordàti in modo riduttivo come scalpellini, questi erano, in realtà, dei veri e propri artisti che incarnavano sia la concezione medievale di artista-artigiano (in grado di realizzare opere molto diverse tra di loro, come ceramiche, gioielli, vetrate, mosaici) che quella dell’artista colto rinascimentale (capace d’innalzare cantieri dotati di una storia progettuale altamente creativa). Artisti poliedrici dunque, esperti nell’interesse e nella cura diretta di diversi livelli, dalla realizzazione di dettagli decorativi alla gestione del progetto complessivo nella sua dimensione meramente cantieristica.

Nel Seicento costruire soltanto in pietra a vista era riservato alle opere di spicco, soprattutto religiose e civili, mentre i muratori, in maniera graduale, occupano il posto degli scalpellini per realizzare muri in poco tempo. Tuttavia, il mestiere dell’intaglio su pietra continuò ad esistere e ad essere tramandato in numerose botteghe di scultori che realizzavano manufatti artistici tradizionali, non ripetitivi, ma che si rinnovavano e miglioravano progressivamente.

Un evento drammatico come il terremoto che distrusse il Val di Noto nel 1693, invece di creare una cesura con il passato, sprigionò energie latenti: il fervore della ricostruzione fece sì che associazioni familiari di artigiani si configurassero in vere e proprie imprese capaci di controllare grandi cantieri.

Come nel resto della Sicilia, il Barocco si affermaanche nei monti Iblei, soprattutto a livello architettonico, con strutture religiose e civili e con gli elementi tipici che lo caratterizzano: portici, balconi, mensole, prospetti, piazze e fontane, frutto del lavoro instancabile degli anonimi scalpellini che,tramandando le tecniche di padre in figlio, intagliavano sapientemente la pietra e realizzavano opere di spiccata meraviglia.

Opere uniche, in particolare mensole e cornici,che si trovano in punti isolati della città, anche in assenza di grandi opere architettoniche. In tutti i centri in cui sono presenti testimonianze del Barocco siciliano compaiono elementi peculiari: dagli edifici di Palazzolo Acreide ai portali di Buscemi, dalle chiese di Ragusa Ibla ai balconi panciuti di Scicli, complessi giochi geometrici e veri e propri elementi provenienti dall’arte figurativache danno luogo ad un nuovo ordine di linee artistiche ed architettoniche.

Nella costruzione,l’impiego di elementi desunti dal repertorio della storia delle arti visive non è raro nel Barocco ibleo: si consideri l’esempio di un bassorilievo iconograficamente riconducibile al David di Michelangelo in una mensola a Palazzolo Acreide.

La pietra utilizzata è porosa e leggera,denominata in modo inappropriato“tufo calcareo”, ricavato cioè da numerose cave oggi dismesse. Il colore bianco, con il passare del tempo, assume delle trasformazioni di colore che vanno dal grigio al nero, con dei tocchi inconfondibili di giallo vivo e caldo che la rende vivente e testimone della storia. Una pietra liscia, lucidata, tagliata trasversalmente, longitudinalmente, nella diversità degli angoli con cui l’operaio intaglia con lo scalpello.

In particolare, la pietra di Palazzolo è diversa da quella di Siracusa, a grana grossa: è, semmai, come quella della vicina Noto, a grana fina, di facile trasformazione. Analogie si possono riscontrare anche con la pietra di Ragusa e Modica, anche se quest’ultima, a differenza di quella di Noto e Palazzolo è di altra formazione o di era geologica diversa.

Con queste pietre sono stati innalzati sia i monumenti sopravvissuti al sisma che quelli riedificati, in un’omogeneità cromatica di base che è il frutto di sedimentazione naturale e culturale nel corso dei secoli. Questa pietra si lavorava secondo una continuità tecnica che produceva opere in armonia con la natura: pertanto, i paesaggi artificiali mostravano connotazioni cromatiche della natura.

La capacità tecnica di intagliare la pietra, consente un uso abile, sapiente e originale di lavorazione, già in uso nel periodo greco con la creazione di un’infinità di proposte artistiche. Difatti, l’eccellenza artistica non s’inventa di nuovo di generazione in generazione, ma si trasmette come un’eredità e nessuna grande arte può essere compiuta ripudiando il passato. La natura della pietra permette di dare alle opere levità pur mantenendo la precisione e la consistenza della materia.

La catastrofe del Val di Noto cambiò completamente la storia dell’architettura della Sicilia orientale, rendendo necessaria una ricostruzione che rinnovò l’aspetto di molte città.

Il terremoto del 1693 ha costituito per lungo tempo una sorta di anno zero degli Iblei, una frattura irrimediabile con un passato sepolto per sempre da invalicabili macerie. Molte nuove città, moltissime nuove architetture, un numero impressionante di cantieri per uno sforzo moderno che non ha eguali nella storia del Meridione d’Italia.

La pietra da taglio, di considerevole resistenza, ha consentito che i monumenti di cui è materia prima avessero durata eterna, con una bellezza che esprime il mistero della natura incontaminata. Il largo uso di essa configurò una vera e propria società della pietra in questo angolo di Sicilia fastoso e vertiginoso: il Val di Noto.

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L’incontro barocco tra il Presepe Napoletano e quello Siciliano a Scicli, nella Chiesa di San Bartolomeo

Continuiamo il nostro viaggio tra le tradizioni, la storia e la magia di Scicli e del Val di Noto parlando di una perla nascosta in una delle chiese più belle della città che stregò Pasolini e Vittorini. Stiamo parlando del Presepe della Chiesa di San Bartolomeo, un presepe antichissimo, restaurato nel Settecento, ma realizzato originariamente nel XVI secolo.

La tradizione del Presepe in occasione delle festività natalizie è molto antica e si perde nella notte dei tempi. Si hanno tracce dei primi presepi in epoca medievale, come sacre rappresentazioni dal forte carattere scenico, teatrale, realistico e spettacolare, apparati scenici che accompagnavano nelle chiese il culto delle cerimonie del Natale e l’annessa liturgia. È proprio da questi valori che nasce la natura stessa del Presepe che, sia in Sicilia che a Napoli, conosce una rapida diffusione stimolata dalla presenza di numerosi ordini conventuali, costituendo, nel tempo, non soltanto una tradizione, ma anche un importante capitolo delle arti decorative.

Il secolo d’oro del Presepe Siciliano fu certamente il Settecento, momento storico in cui si sommano lo sfarzo della Sicilia dei Vicerè e quello dei ricchissimi ordini ecclesiastici, in gara nel commissionare i presepi più fastosi e preziosi, destinati ad andare anche fuori dalla Sicilia, come dono per le più raffinate corti europee.

La nobilissima tradizione del Presepe Siciliano coinvolge abilissimi artigiani che, dediti alla lavorazione del corallo, dell’alabastro, dell’avorio, della madreperla e di rarissime conchiglie marine, producevano preziosi capolavori unici (si pensi agli esemplari conservati al Museo Pepoli a Trapani o nel Tesoro della Cattedrale di Monreale). Nella Sicilia orientale più diffusa fu la tradizione del Presepe di cera, con raffigurazioni delicatissime e incredibilmente dettagliate, grazie alla produzione del miele (e, quindi, della cera) di cui era famosa la zona degli Iblei tra Settecento e Ottocento. A questo periodo risale il Presepe dell’Eremo di San Corrado a Noto costruito da Frà Antonio Macca e quello custodito oggi nel Museo di Palazzo Bellomo a Siracusa: si tratta di opere che uniscono al preziosismo della realizzazione il verismo dei gesti che anima i personaggi.

Il secolo di transizione ai sontuosi presepi settecenteschi, sia per il Presepe Napoletano che per quello Siciliano, è il Seicento: in questo secolo i padri Teatini e i Gesuiti, molto radicati in Campania e in Sicilia, usarono ampiamente il Presepe come mezzo, che potremmo definire “profano”, per la divulgazione della loro missione evangelizzatrice, un valido sostegno propagandistico dei valori fondativi della Controriforma tra i ceti popolari.

Questo secolo segna, inoltre, il passaggio del presepe da oggetto di culto a soggetto stesso della scena barocca, sempre più abbellito di elementi profani, sempre più numeroso di gruppi e figure, sempre più collocato in una dimensione dinamica che ne prevedeva, di anno in anno, la diversificazione, l’estensione e l’arricchimento.

E in questo periodo, mentre il Presepe Siciliano ha già una sua dimensione miniaturizzata ad una codificazione delle figure e dei gruppi presenti, quello Napoletano si mantiene in proporzioni vicine al vero ed è prevalentemente costituito da fantocci, con il volto e le mani di legno, abbigliati per il loro ruolo.

Ma è il Settecento a distinguere questa espressione meridionale di pietà popolare, riconoscendo a favore del Presepe napoletano, e differentemente da quello siciliano, l’apporto di artisti celebri, scultori affermati nel loro campo, che prestarono alla scena barocca della Natività la sapienza raffinata della loro arte sperimentata nella grande scultura.

A Scicli, in particolare nel presepe della chiesa di San Bartolomeo, i due livelli paralleli del Presepe Siciliano e di quello Napoletano si incontrano quando, nel 1773, il Capitolo della Collegiata decide di rinnovare, oltre alla chiesa, il presepe di fattura cinquecentesca (di grandi dimensioni, con i personaggi di prima veduta a misura d’uomo)  secondo le nuove sensibilità barocche. L’incarico venne affidato allo statuarius napoletano Pietro Padula, presente in quell’anno nella Contea di Modica per diversi incarichi in giro per le città del Val di Noto.

Il presepe venne rinnovato quasi interamente dal maestro napoletano, che originariamente ottenne l’incarico per la realizzazione di 40 statue di legno di tiglio e di una scenografia raffigurante delle rocce come cornice alla rappresentazione scenica.

Nel 1776 ricevette l’incarico per la realizzazione di altre 25 statue, i personaggi dell’Epifania. Dei 64 personaggi realizzati nel complesso dal Padula oggi rimangono solo 29 soggetti. Nel corso degli anni diversi si sono irrimediabilmente deteriorati, mentre un furto nel 1971 ne fece perdere i pezzi più belli e preziosi.

Prima del Padula, due artisti locali si erano occupati del restauro del Presepe di San Bartolomeo in seguito al terremoto del 1693 che rase al suolo palazzi e chiese in tutto il Val di Noto (la chiesa di San Bartolomeo fu una delle poche che sopravvisse): nel 1713, infatti, l’arciprete Antonio Carioti, con i fondi raccolti dalle elemosine, diede l’incarico ai maestri Adriano Massa e Ignazio Laboratore. Questi aggiunsero le parti mancanti delle statue lignee, tagliarono e reintegrarono le parti tarlate. Inoltre, restaurarono la grotta con dorature secondo il preesistente disegno, aggiunsero gli angeli della Gloria che mancavano, dipinsero il cielo di azzurro e di stelle, mentre affrescarono le pareti con rocce e scene di campagne. Tutti i pastori furono ridipinti e, in particolar modo, Maria e Giuseppe furono rivestiti con “vestimenti con rabischi d’oro allo stile moderno”.

La ristrutturazione settecentesca del presepe della Chiesa di San Bartolomeo risulta essere di grande rilevanza culturale, in quanto coincide con uno dei momenti più alti dell’arte figurativa presepiale a Napoli, proprio dove lo scultore Padula teneva bottega.

Inoltre, sempre a Scicli il Padula, nel 1774, insieme ad un altro scultore napoletano, Gaetano Nigito, realizzò un presepe con circa 15 statuine di legno per il sacerdote Ignazio Zisa e un secondo presepe di statuine lignee l’anno dopo.

Ad ogni modo, il presepe della Chiesa di San Bartolomeo, malgrado il numero esiguo di statue rimaste, è indubbiamente uno dei più affascinanti e pregiati della Sicilia sudorientale, una favolosa sintesi tra la sensibilità napoletana e quella siciliana, che assolve in pieno la funzione di raccontare la scena sacra della nascita di Gesù e, nel contempo, la condizione storica di un popolo semplice, che vive del proprio duro lavoro quotidiano e che affida le proprie speranze alla volontà divina. Un racconto teatrale, caricaturizzato, realista, in cui sacro e profano si incontrano in uno spettacolo magico, in grado di affascinare bambini di tutte le età.

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Viaggio nella tradizione gastronomica di una città maestosa e contadina: Scicli. Tra ricette perdute e piatti evergreen

La cucina tradizionale è la carta d’identità di un popolo. In essa è possibile conoscere la sua vera anima, l’identità stratificata nei secoli dal gusto dei popoli che si sono susseguiti. Ha sempre accompagnato l’umanità, come risposta alla necessità di mediare la realtà oggettiva degli innumerevoli alimenti disponibili con le sensazioni gustative che, una volta ingeriti, riescono ad evocare.

La riscoperta degli antichi sapori inizia ad essere un viaggio intrapreso da molti, un tentativo di recupero di una dimensione armonica con la qualità dei cibi e il rispetto dell’ambiente, un’evasione dalla sfrenata corsa della società dei consumi alla ricerca di cibi e sapori sempre nuovi e sofisticati.

Provando a intraprendere un breve viaggio nella cucina tradizionale di Scicli, gioioso angolo incantato della Sicilia barocca, troveremo aglio, cannella, chiodi di garofano, vaniglia, caciocavallo, carrube, “diavolina”, ranza (crusca), maiorca e maiorchino (tipologie di farina di grano tenero usate per i dolci), mandorle, miele, mosto, semi di finocchio, pomodoro, prezzemolo, sugna (preparata dalla fusione del grasso di maiale, veniva impiegata per friggere al posto dell’olio e si conservava dentro recipienti di terracotta o dentro la vescica del maiale stesso), scorza di agrumi, tuma, zafferano.

Tutti ingredienti rielaborati in ricette che incarnano un autentico meticciato gastronomico tra popoli molto diversi tra di loro, con contaminazioni arabe (soprattutto magrebine) che si sovrappongono a quelle dei popoli da ogni angolo dell’Europa continentale: pezzi di buongusto francese, spagnolo, marocchino che incontrano le sensibilità più moderne.

Per brevità non possiamo dilungarci nella spiegazione di ogni singolo piatto: abbiate, pertanto,  la bontà di accontentarvi di vivaci e sbrigative pennellate che – speriamo – susciteranno in voi la voglia di voler assaggiare in prima persona queste delizie che raccontano gli sciclitani, le tradizioni tramandate di generazione in generazione. Gente di mare, da sempre dominata dai popoli che hanno solcato il Mediterraneo nel corso dei secoli, latina, solare, dedita all’agricoltura. Dunque la cucina non può non essere semplice e fantasiosa, come lo è quella contadina legata al ciclo delle stagioni.

Il rito attorno al quale si articolava il mondo colorato e denso di profumi della cucina contadina sciclitana era quello della produzione del pane. Una volta alla settimana, con farina di crusca (ranza) e, più raramente, con farina bianca il pane veniva scaniatu, cioè lavorato a mano con un vero e proprio rito tra uomo e donna, nel quale lui abbassa una pesante sbarra di legno (u sbriuni) e lei gira il grande impasto mentre lui va giù, seduta sul piano da lavoro di legno (a sbrivala). Il lavoro a mano proseguiva modellando il pane a forma di grandi “S”, croccante all’esterno e morbido all’interno, e di ‘nciminati, ossia grandi pagnotte di cui diremo più avanti. Le forme di pane si lasciavano quindi lievitare sotto teli di cotone e pesanti coperte, per poi essere passare nel forno a legna, adeguatamente riscaldato per una cottura perfetta.

Partiamo dal salato, con i piatti tipici (alcuni dei quali scomparsi dall’uso comune):

  • ‘Mpanate e Pastizza, principi della tavola natalizia, sono grandi rivolti di pasta di pane ripieni di riso o pasta, patate, pangrattato e carne (nel caso delle ‘mpanate), verdure (nel caso dei pastizza);
  • ‘Nciminate, pane tradizionale cotto rigorosamente nel forno a legna, anticamente realizzate con la farina di crusca;
  • ‘Nfigghiulate, grandi sfoglie ripiene di ricotta, riso, uova, formaggio, pomodoro, anch’esse tipiche della tradizione natalizia;
  • Caturru, antico piatto oggi quasi scomparso dalle tavole degli sciclitani, realizzato con grano duro stritolato con la pietra e cotto in acqua con pezzi di carne (o pesce), erbe aromatiche, pezzi di pomodoro, olio d’oliva, pepe e caciocavallo;
  • Cuscusu, fior di farina ridotto in briciole, condito con verdure e carne;
  • Pasta che Simigni, minestra con legumi ed erbe spontanee condita con olio, pepe e formaggio;
  • Fave pisciate, fave messe a mollo in acqua, fatte asciugare al sole e poi cotte al forno;
  • Cuoddu chinu, collo di gallina o di pollo ripieno di riso, frattaglie, uova sode, formaggio, pepe;
  • Sangieli, sanguinaccio cotto con aromi dentro budella di maiale;
  • I Maccarruna ri San Guglielmo, pasta di grano duro realizzata a mano e modellata mediante appositi “pettini”, la loro origine è molto antica, risalente al XV secolo;
  • Cannaruzzuna co sucu fintu, pasta di grano duro a forma di maccheroni rigati, cotta nel latte e condita con soffritto di cipolla, aglio, vino, estratto di pomodoro, ricotta, formaggio grattugiato e pepe;
  • Miliddi, pasta di pane cotta a forma di grandi grissini, anticamente arricchita con anice, zucchero o miele;
  • Cucciddati scaniati, sorta di ciambelle di pane realizzate mediante una lavorazione certosina di pane scaniato, strutto, pepe nero, formaggio grattuggiato e salsiccia. Nella variante moderna è presente anche la ricotta.

Dopo questo veloce e invitante excursus tra i piatti salati dell’antica tradizione contadina di Scicli, passiamo in rassegna i dolci tipici:

  • Cubbaita, croccante di semi di sesamo e miele, arricchito con pezzi di mandorle e scorzette d’arancia, un dolce dalla palese derivazione araba;
  • Cuccìa, grano fermentato cotto in acqua (o vino) e miele;
  • Mustazzola, dolci molto originali preparati con farina, miele (o vino cotto) e mandorle, il cui nome deriva dai grandi baffi (mustacchi) dei temutissimi Turchi;
  • Jadduzzi, piccoli involti di pasta ad “S” ripieni di miele (o mosto) e farina, coperti dalla marmara, una glassa di zucchero, albumi d’uova e succo di limone;
  • Viscotta Ricci, i più nobili tra i biscotti tipici e di gattopardiana memoria, sono realizzati con mandorle, zucchero e miele (anticamente veniva aggiunto anche un pizzico di rosolio giallo), detti “ricci” per la loro forma particolare ottenuta da un attrezzo metallico con bocchetta a forma di stella;
  • Biancomangiare, budino realizzato con latte di mandorla, amido, zucchero e cannella, fatto raffreddare dentro apposite formelle, adagiato (nella sua ricetta originale) su foglie di limone cosparse di granelli di zucchero;
  • Firrignozza, biscotti a forma di grandi savoiardi morbidi, realizzati con farina, amido, latte e uova, da inzuppare nel caffelatte;
  • Cuddureddi, dolce unico e complesso, tipico del periodo della vendemmia, è realizzato dalla cottura di piccoli gnocchi di pasta (preparati rigorosamente a mano) nel mosto bollente trattato con polvere di pietra. Una volta cotti, vanno serviti in scodelle di terracotta e conditi con granella di mandorle tostate e tritate e un pizzico di cannella. Nella ricetta tradizionale si cospargeva anche dello zucchero, mentre nella versione più moderna si preferisce la scorzetta di limone;
  • Teste di Turco, grandi bignè ripieni di crema, cioccolato o ricotta (oggi è possibile gustarli con chantilly, pistacchio, nocciola, ecc.), rappresentano forse il dolce più noto ai turisti. La loro forma rimanda alle teste mozzate dei “Mori”, una sorta di trofeo di guerra dei musulmani sconfitti, secondo la leggenda, grazie all’intervento della Madonna delle Milizie nel 1091 sulla spiaggia di Micenci;
  • Cucciddatu che nuciddi o che miennili, ciambelle di pasta di pane che si infornavano per i più piccoli, decorate con noccioline o mandorle rigorosamente con la punta all’insù. Una sorta di dolce povero in tempi in cui lo zucchero era un lusso per pochi.
  • Scacce, rotoli di finissima pasta di pane conditi con ogni ben di Dio: cipolla e pomodoro, ricotta e salsiccia, prezzemolo e cipolla, baccalà, ecc.

Una cucina speziata, saporita, capace di produrre cose buone partendo da ingredienti semplici e poveri. Una cucina tutta da provare, all’ombra del Commissariato di Montalbano, in un’aria impreziosita dell’alito onnipresente del Mare Nostrum.

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Dai baroni Arezzo al Gattopardo di Luchino Visconti: breve storia del Castello di Donnafugata

L’ex feudo di Donnafugata, adagiato su un piccolo promontorio vicino alla costa iblea a pochi chilometri da Ragusa, ha origini molto antiche. Luogo d’insediamento dei Bizantini, tra il X e l’ XI secolo fu conquistato dagli Arabi, grazie ai quali assunse un ruolo primario nella difesa dei punti strategicamente più importanti della costa. Poi il feudo decadde e rimase disabitato per secoli.

Sulle origini etimologiche del nome esistono diverse ipotesi: c’è chi lo fa risalire all’arabo Ayn-As-Iafaiat (sorgente della salute), chi sostiene che derivi sempre da Ayn (donna), che in dialetto diventa Ronna, e fugata nel senso di fuggiasca (appare evidente il riferimento alle vicende della regina Bianca di Navarra).

Intorno al XV secolo la tenuta era una proprietà della Corona, successivamente passò alla famiglia Bellio-Cabrera, che la vendette intorno al 1630. Nel XVII secolo si hanno notizie circa la costruzione: sui ruderi della vecchia torre quadrata di Donnafugata venne costruita la prima parte del castello, ampliato poi da Corrado Arezzo De Spuches (1824-1895).

Il primo barone di Donnafugata è Giovanni Arezzo Propenso, infeudato nel 1628. Da allora in poi l’imponente castello passerà di padre in figlio attraverso i complicatissimi grovigli ereditari tipici delle famiglie nobili siciliane, con le loro politiche matrimoniali, in una guerra continua tra primogeniti, cadetti, suore,ecc. Il comune di Ragusa lo compra da Gaetano Testasecca, figlio del conte di Caltanissetta e della baronessa Clara Combes Paternò-Castello, pronipote di Corado Arezzo De Spuches nel 1982.

Il Castello di Donnafugata è un luogo carico di fascino, caratterizzato da uno stile assolutamente eclettico, una sorta di stratificazione artistica delle genti che lo hanno plasmato nel corso dei secoli. Un vero monumento, nel suo complesso, che rappresenta uno dei pochissimi superstiti attribuibili al periodo siculoislamico e, successivamente, normanno, anche se, tuttavia, è stato sempre definito come un complesso architettonico di origine vagamente tardo-medievale.

Alcuni studiosi, tra cui lo storico dell’architettura siciliana Giovanni Franco Anselmi, sostengono che sotto murature apparentemente anonime si potesse celare un nucleo originario molto più antico, probabilmente un complesso originariamente arabo-islamico di particolare rilevanza artistica e storica.

Il contesto bucolico e primitivo in cui è inserito lo rende un luogo ancor più incantato: aperta campagna iblea animata da mucche e pecore. Il castello è, infatti, adagiato su un piccolo pianoro a circa 300 metri di altezza sul livello del mare, a una decina di chilometri da Scoglitti (vicino al sito archeologico della città greca di Kamarina). In posizione favorevole per la presenza di una sorgente d’acqua, il piano del castello è situato su un dorso che degrada dolcemente dal blocco montuoso di Ragusa fino al mare, in un susseguirsi di colline via via più basse, fino alla grande pianura di Santa Croce Camerina e al litorale, che da Punta Scalambri disegna una grandissima curva fino a Gela, al castello di Falconara e, quindi, fino alla città di Licata.

Ricco di pascoli e con un terreno fertilissimo, il paesaggio attuale è caratterizzato dalla punteggiatura di carrubi e ulivi secolari, con i muri a secco che scandiscono i nuovi confini delle proprietà dettate dal catasto. I colori sono quelli intensi della terra, della ricca flora, delle rocce e del mare, insieme agli intensi profumi delle erbe aromatiche e del lontano alito del mare.

Donnafugata si trova, pertanto, al centro di un territorio carico di fascino per la civiltà e le bellezze naturali, invaso da insediamenti antichi e nuovi. Il castello, però, negli anni ha perduto alcuni dei caratteri di autenticità per le numerose manomissioni legate a motivi di praticità gestionale dei discendenti diretti di Corrado Arezzo De Spuches, barone di Donnafugata, cambiando, in parte, alcuni aspetti della funzionalità del complesso. L’edificio rappresenta un tipico esempio di villa extraurbana che nasce come residenza di campagna, per poi assumere, nel corso del tempo, le connotazioni di un’abitazione altoborghese di fine Ottocento. Da un lato era, cioè, il fulcro di attività produttive (basti pensare ai numerosi bassi che fungevano da deposito di attrezzi e prodotti agricoli), dall’altro una residenza signorile, oltre ad essere stato luogo di svaghi e spettacoli, di letture e concerti. Dunque un luogo plasmato dall’esigenza di decoro dei proprietari, che si esprimeva nello stile sfarzoso dello spazio interno, nonché nell’imponenza della villa nel suo complesso.

Donnafugata fu descritta magistralmente da Giuseppe Tomasi di Lampedusa facendola vivere e conoscere nelle parole di Don Fabrizio Salina. Quel Don Fabrizio che «era beato» perché «mai era stato tanto contento di andare a passare tre mesi a Donnafugata quanto lo era adesso in questa fine di agosto 1860». Di Donnafugata amava non soltanto la casa e la gente ma anche «il senso di possesso feudale che in essa era sopravvissuto…».

Il regista Luchino Visconti nel 1962, prima di iniziare le riprese del film, venne qui in incognito per cercare l’ispirazione. Chiese al vecchio custode di aprirgli ogni stanza del palazzo per cercare di vedere nella magia del silenzio oppresso da «un’arsura dannata», i vizi, i peccati, i timori, le pigrizie di quella aristocrazia siciliana transitata «a cavallo di due tempi», il Regno Borbonico e l’Unità d’Italia. Da questa ispirazione nacque il progetto dello splendido film vincitore della Palma d’Oro che ha incantato il mondo.

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Orrore, paura, sgomento: alla scoperta della vera anima del Barocco ibleo

Nell’incantata e stupenda Scicli, come anche in tutto il maestoso Val di Noto, tutto ormai è Barocco.

Il lemma in questione viene declinato in qualsiasi accezione: c’è il caffè barocco, l’arancino barocco, persino un cane adottato dalla città, Italo Barocco (clicca qui per leggere la storia del cane più amato dagli abitanti di Scicli). Nelle strategie di marketing territoriale,spesso, il Barocco è comunicato come maestoso, luminoso, signorile, imponente, facendo così scomparire l’anima tetra e paurosa di questo stile, che nasce e si sviluppa con l’intento di suscitare orrore, paura, sgomento, crisi, come strumenti del marketing ante litteram dell’austerità controriformistica.

Lo stile, infatti, si sviluppa a partire nel XVII secolo (quello ibleo è essenzialmente tardobarocco, successivo al terremoto del 1693) come risposta da parte della Chiesa Cattolica alla nascita del Protestantesimo, dunque strumento ideologico per intimorire il fedele, farlo sentire piccolo ed insignificante davanti alla vertiginosa ed imponente facciata della chiesa di San Bartolomeo, farlo atterrire dinanzi al ghigno infernale dei mascheroni di Palazzo Beneventano. Una paura necessaria a farlo rifuggire dalle tentazioni del Protestantesimo, facendogli prefigurare esseri infernali e mostruosi che lo avrebbero atteso nell’aldilà, in caso di abbandono della fede cattolica romana.

Le origini etimologiche della parola Barocco sono poco chiare. Secondo le tesi più accreditate, deriverebbe dal portoghese barroco o dallo spagnolo barueco, termini che indicano un genere di perla dalla forma irregolare o un sillogismo artificioso della filosofia scolastica medievale, ossia un ragionamento complicato e cavilloso. La critica del tempo attribuiva un senso spregiativo ad alcune peculiarità formali tipiche di questo stile, tra le quali la flessuosità delle linee, il continuo passaggio tra elementi strutturali, plastici e pittorici, oltreché lo sfarzo e la straordinaria grandiosità delle opere.

palazzo beneventano scicli

Nei palazzi nobiliari e nelle chiese di Scicli, infatti, prevale un marcato quanto artificioso gusto per l’eccesso, per il bizzarro e per l’opulenza degli ornamenti, che si esprime nella grande ricchezza e nella varietà dei fregi decorativi, nella ricerca del movimento, dell’energia, accentuando l’effetto drammatico delle opere attraverso i forti contrasti di luce e ombra, sia delle sculture che delle pitture. Anche in architettura è evidente la ricerca del movimento attraverso superfici curve e ricche di elementi decorativi.

Dunque c’è un velo di cupezza nel Barocco della città più bella del mondo (cit. Elio Vittorini), percepito banalmente e semplicisticamente come bello.

Una bellezza tetra, una bellezza da brivido. Un artificio stilistico della Chiesa che ha comunicato nei secoli con i propri fedeli scolpendo nella pietra lo spirito del tempo.

 

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Dieci motivi per visitare Scicli, la città del Commissario Montalbano

1 Il Barocco

Una città monumento, con un centro storico animato da un’atmosfera antica e austera, come se tutto si fosse fermato alla fine del Settecento. In via Mormino Penna un’esplosione di tardo Barocco, lungo una strada lastricata da basole bianche, un grande gioco di luce su palazzi, chiese, strade, “bastioni” di pietra bianca colpiti dall’afoso sole di Sicilia. Poi le chiese dalle facciate vertiginose (San Bartolomeo), imponenti (Santa Maria La Nova, Santa Teresa), sontuose (San Giovanni), rupestri (Chiesa del Calvario, Chiesa di Santa Lucia).

2 La storia

Un luogo intriso di Mediterraneo.  Una città costiera che, nella sua storia millenaria, ha accolto popoli lontani, producendo un meticciato culturale con elementi normanni, maghrebini e spagnoli, un lungo alternarsi tra bandiere con la mezzaluna e bandiere con la croce cristiana. Le feste popolari sono il racconto corale delle culture stratificate di questi popoli diversi tra di loro, che hanno lasciato usi e costumi dal grande fascino esotico. La fede è popolare, vissuta attraverso processioni di Madonne Addolorate e statue di santi, ma sempre con elementi fortemente non religiosi legati al ciclo naturale delle stagioni.

3 U Gioia

Il folle modo di vivere la Gioia della pasqua e l’inizio della primavera degli abitanti di Scicli: la folle corsa della statua di un arzillo e, appunto, gioioso Cristo Risorto con bandiera. Portato a spalla da forzuti del luogo, viene trascinato su e giù per la città seguendo un percorso casuale ed imprevedibile. Una festa che ha incantato Vinicio Capossela, infatti ha composto una canzone dedicata all’Uomo Vivo, incisa insieme alla banda locale. Un rito di primavera, vissuto con fede corale da parte degli sciclitani. Una festa che rappresenta pienamente l’indole un po’ anarcoide degli sciclitani.

4 La Madonna delle Milizie

Una Madonna a Cavallo con tanto di spada, una Madonna che impugna le armi e scende in campo con il suo cavallo per difendere le cattolicissime truppe normanne di Ruggero D’Altavilla nell’epico scontro con un esercito musulmano ubbidiente al Califfo. L’anno a cui si fa risalire il “fatto d’armi” è il 1091. Ogni anno viene realizzata una rappresentazione teatrale in cui si mette in scena la verità storica al contrario: i Normanni difendono Scicli dall’attacco militare degli Arabi. Alla fine di una complessa messa in scena, arriva la statua in cartapesta della Madonna con la spada, l’Angelo canta e benedice tutti e i fuochi d’artificio. Sotto gli zoccoli del cavallo tre “infedeli musulmani”. Pesante, ma da vedere.

5 I vicoli

Il centro storico di Scicli, che si sviluppa dentro una vallata, è attraversato da una fitta rete di vicoletti che salgono ripidamente fino ai piedi dei costoni rocciosi. Vicoli con case vecchie, abbandonate, con porte anni Cinquanta, archi antichi, in cui ancora vivono simpatici anziani intenti a prendere il sole e ad aspettare che passino che le giornate, i mesi, gli anni.

6 Le grotte di Chiafura

Un parco archeologico di grotte scavate dentro la roccia, abitate fino agli anni Cinquanta del secolo scorso. Un museo all’aperto, tra piante di cappero, muschio e rocce. Un luogo arroccato, nascosto, con una vista mozzafiato.

7 Il fermento culturale

Scicli è animata dalla presenza di diversi autorevoli associazioni e sodalizi operanti nel mondo della cultura, con marcate declinazioni nell’arte contemporanea. Guccione, Sarnari, Alvarez, Candiano sono alcuni artisti del gruppo di intellettuali che, negli anni Settanta, hanno deciso di vivere la propria vita a Scicli. Ma anche diverse gallerie d’arte, luoghi di sperimentazione, circoli di conversazione, stampa locale molto dinamica e attiva.

8 La cucina

Una cucina colorata, ricca, perfetta declinazione della vocazione contadina del luogo. Arancini, caponate, fave, pasticci di carne, pesce: tutti elementi che raccontano le contaminazioni culturali lasciate dalle popolazioni che si sono fermate nei secoli in questo angolo di Sicilia.

9 L’animo mediterraneo degli sciclitani

Gli sciclitani sono accoglienti, calorosi, ci tengono ad essere gentili con i turisti, si mettono a disposizione. E hanno tante storie da raccontare e opere da mostrare, dal Cristo in Gonnella alla storia di Chiafura, passando per la Pasqua e il Convento delle Milizie.

10 Un mare mozzafiato

Diciotto chilometri di costa con sabbia bianca finissima: Playa Grande, Donnalucata, Micenci, Palo Rosso, Palo Bianco, Spinasanta, Arizza, Cava d’Aliga, Sampieri, Pisciotto. Un’alternarsi di scogliere e spiagge, con un mare azzuro da vivere nella lunga estate sciclitana che va da maggio a ottobre.

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Villa Eleonora

Nella bellissima spiaggia di Filippa


Casa Donnalucata

Di fronte il bellissimo mare di Donnalucata


Villa Lentisco

Nella bellissima riserva di Playa Grande ( Scicli)


Donna Guglielma

Nella Vigata televisiva, Scicli

Ti piacerebbe soggiornare nei luoghi di Montalbano?

Rendete speciale il vostro viaggio in Sicilia visitando Scicli, il paese in cui il Mare Nostrum ha scolpito palazzi, chiese, linguaggi e volti

Per vivere pienamente il viaggio nella culla del Barocco settecentesco della Sicilia, il Val di Noto,  occorre necessariamente fare tappa a Scicli. Piccola cittadina nascosta all’interno di una vallata, che guarda il mare all’orizzonte, perla tardo barocca preservata e custodita dall’Unesco che, nel 2002, l’ha inserita nell’elenco dei Beni dell’Umanità (World Heritage List).

Tra mascheroni di pietra, balconi panciuti, opere d’arte sacra uniche al mondo (come il Cristo di Burgos, dipinto raffigurante il Cristo in Gonnella custodita all’interno della chiesa di San Giovanni Evangelista),  Madonne Guerriere, viste mozzafiato, vicoli stretti che si inerpicano per salite ripide, profumi e sapori di una gastronomia che racconta un passato fatto di dominazioni diverse e lontane, il viaggio a Scicli costituisce un vero e proprio excursus temporale attraverso i secoli nella storia millenaria di questa isola, da sempre luogo di incontro e di scontro tra culture e popoli.

I tratti arabi, normanni, spagnoli, si possono vedere nei volti e nelle espressioni della gente che abita questi luoghi, portatori di un dna meticcio e multiculturale. La visita a Scicli è collegata con quella di Modica, città della Contea nota anche come città delle Cento Chiese, di Ragusa, in cui lo sfarzo del Barocco di Ibla è mitigato dal Liberty, e di Noto, aristocratica e austera, è la miglior cosa per chi vuole vivere i vari livelli della magia di questo prezioso angolo di Sicilia.

Visitare Scicli vuol dire iniziare da una vera e propria città monumento che ha fatto della sua prossimità con la costa l’occasione di contaminazione tra culture e civiltà differenti che, nel corso dei secoli, hanno lasciato la loro impronta per sempre nella pietra, nel dialetto, nella cultura, nella gastronomia, nella modo di vedere la vita.

Scicli ha sedotto da sempre autorevoli viaggiatori. Pierpaolo Pasolini è rimasto incantato dalla morfologia del territorio e dalla gente che vi abita, Elio Vittorini l’ha definita la città più bella del mondo, Vinicio Capossela è rimasto talmente affascinato dalla festa pasquale del Gioia (o Uomo Vivo) da dedicare una canzone alla ricorrenza paesana, la casa di moda Dolce e Gabbana la inserisce tra le 5 città più romantiche d’Italia, la prestigiosa rivista Ville & Casali l’ha definita una città dalle forme sinuose, come una bella donna.

Dunque non potrete vivere autenticamente la Sicilia se non passate da Scicli, per esplorare anche gli altri preziosi centri barocchi di questa parte di Sicilia ricostruita magnificamente dopo il terremoto del 1693.

Ma Scicli non è solo Barocco e Arte, è anche mare, gastronomia, feste e tradizioni popolari in cui sono ben visibili tracce arabe, normanne, borboniche, spagnole. Un luogo dall’atmosfera magica, che incanta chiunque vi si trovi a passare, in cui il Mare Nostrum, con il suo carico di meticciato identitario, ha plasmato chiese, palazzi, linguaggi e volti, innalzandolo al livello di vera e propria capitale costiera dei popoli e delle culture del Mediterraneo.

Foto di Rosalba Nifosì

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L’ex Fornace Penna a Scicli, bianca cattedrale sul mare, custode silente del promontorio di Punta Pisciotto

In un lembo nascosto della Sicilia sudorientale, nell’estremo meridione dell’isola, più a sud di Tunisi, si erge come una cattedrale antica in mezzo alle rocce e dinnanzi al mare il rudere dell’ex Fornace Penna, a contrada Pisciotto, territorio di Scicli. Un vero e proprio monumento di archeologia industriale costruito interamente in pietra bianca locale, dalla storia affascinante e misteriosa.

Tutto si è fermato in questo luogo ameno nella notte del 26 gennaio del 1924, quando un incendio, quasi sicuramente doloso, distrusse quella che era una fabbrica all’avanguardia di laterizi di proprietà di un ricco aristocratico del luogo, il Barone Penna. La struttura fu progettata dall’ingegnere Ignazio Emmolo nel 1912, partendo da modelli molto avanzati di strutture simili operanti nel Nord Europa.

La collocazione dello stabilimento di laterizi non venne realizzata in questo posto così apparentemente ameno e lontano per caso, anzi. Infatti la posizione era strategica almeno per tre ragioni: vicinanza alla stazione ferroviaria di Sampieri (da cui partivano i carichi di mattoni), possibilità di attracco per le navi che portavano i laterizi in Libia (dove tanti tetti delle case dei coloni italiani erano coperti con le tegole della fornace) e Malta, e vicinanza ad un corso d’acqua naturale, utile per la lavorazione dell’argilla.

A lavorare nella struttura erano circa centro operai, la stragrande maggioranza ragazzi tra i 15 e i 18 anni. La fornace era del tipo Hoffmann. Si componeva di n. 16 camere disposte ad anello lunghe ml. 5,00 ciascuna, larghe ml. 3,50 ed alte ml. 2,80. Ogni camera era capace di contenere 10.000 pezzi. Pare che il barone Penna, mentre guardava dalla sua villa sita a Sampieri la sua fornace, in lontananza, tra le fiamme, abbia detto: “A me hanno tolto un pelo, a tanti padri di famiglia hanno tolto il pane”.

Oggi della Fornace Penna rimane un rudere affascinante, custode del promontorio roccioso sul quale è realizzata. Un patrimonio di tutti che, purtroppo, cade a pezzi. Si è tentato negli ultimi anni di comprare la struttura dagli eredi dei baroni Penna per farla divenire patrimonio pubblico e metterla in sicurezza. Ma, si sa, i nobili preferiscono, spesso, che le proprie proprietà vadano il rovina piuttosto che farle divenire di tutti. E, malgrado crolli continui che portano via pezzi di questa importante struttura, la Fornace Penna continua ad essere una cattedrale sul mare in grado di attirare turisti e fotografi da ogni parte del mondo.

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Foto di Rosalba Nifosì

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L’Addolorata di Santa Maria La Nova: l’elaborazione di massa del lutto delle donne e degli uomini di Scicli

Un grande corteo funebre, un vero e proprio lutto cittadino, le Sorelle di Maria che marciano ammantate di nero, la banda che suona un lamento doloroso, una grande commozione generale: tutto questo accompagna il gruppo statuario della Pietà nel pomeriggio della Domenica delle Palme a Scicli. Un culto antico, vissuto come manifestazione di fede popolare, risalente a San Guglielmo (XIV secolo).

Il gruppo statuario è formato da una scultura lignea, l’Addolorata di Santa Maria La Nova, adagiata, col capo piegato di lato, i capelli sciolti sul petto, una veste a fiori, una camicia dorata ed un mantello blu damascato che sorregge sulle ginocchia il Cristo deposto, con espressione dolorosa; ad affiancarla due pie donne in piedi, Maria di Magdala e Maria di Cleofa, accanto una croce di legno ricoperta da lamine d’argento.

Il simulacro, addobbato con teli funebri, è contornato da teste, braccia, corpi di bambini di cera, per chiedere la grazia della guarigione alla Vergine Addolorata per persone ammalate.

Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, al seguito dell’Addolorata vi era un corteo di penitenti, con il busto nudo sotto un cappotto, il capo cinto di un ramoscello spinoso, che procedeva battendosi le spalle, a ritmo, con una ciambella di corda.

Il pathos che anima questo rito popolare della Settimana Santa nella città di Montalbano va oltre la fede: è un’elaborazione di massa del lutto, in cui la proiezione del dolore per i cari estinti rivive, attraverso il dolore più ingiusto: quello di una madre che perde il proprio figlio. In quella madre santa, in quella veste nera, in quello strazio fisico ed interiore, le donne e gli uomini di Scicli rivedono il proprio dolore, lo condividono con tutta la comunità, piangono, pregano per le anime dei loro cari.

Una ricorrenza di fede popolare che rappresenta un rito antico e dall’enorme interesse etnografico, tra le più belle celebrazioni della Settimana Santa in una Sicilia ricchissima di riti della Passione, nei giorni che precedono la Santa Pasqua.

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La Scicli di Pasolini: un vecchio giocattolo, sul calcare, la città di uno scolorito ex voto

Maggio 1959, a Scicli arriva da Roma un gruppo di intellettuali, chiamati appositamente dalla locale sezione del Partito Comunista Italiano, che in quel periodo amministrava la città iblea con il sindaco Cartia.

Gli intellettuali romani furono invitati su sollecitazione dell’onorevole comunista Giancarlo Pajetta, che qualche mese prima era stato a sua volta invitato dai suoi compagni sciclitani, per illustrare loro la delicata situazione degli “aggrottati di Chiafura“, quel lato occidentale della collina di San Matteo, dove centinaia di famiglie vivevano in condizioni identiche a quelle dei loro avi trogloditi.

Nell’assolata piazza Municipio di Scicli arrivano Renato Guttuso con la moglie Mimise, Carlo Levi, Pier Paolo Pasolini, Antonello Trombadori, Paolo Alatri e Maria Antonietta Macciocchi.

Vi proponiamo le stupende parole scritte da Pierpaolo Pasolini su Vie Nuove dopo la visita nella “città degli aggrottati“.

Piombati da Roma a Catania, da Catania a Scicli, attraverso cento e più chilometri di Sicilia verde; deserta, araba, greca, gesuitica, coperta di fiori e di pietre, con mucchi di città incolori, raggrumate, senza periferia, come le città dei quadri, sui fronti delle colline, nelle vallate – un gruppo di gente era ad aspettarci nella piazzetta giallognola di Scicli.[…] eravamo nell’ultimo angolo della Sicilia, ancora un po’ di campagna, carrubi, mandorle, villette estive di baroni, poi il mare, il mare africano.[…]

Che cosa dovevo vedere a Scicli? E cosa invece ho visto? È presto detto. Le caverne: immaginate una valletta, dentro la quale, compatta si sparge Scicli: senza periferia e case moderne; un po’ fuori, un enorme cimitero, un enorme ospedale, tutto color giallo-rosa, cadaverico; al centro la piazzetta e la strada barocca, dei baroni, dei gesuiti. Da questa vallata si diramano, tutte dalla stessa parte, altre tre piccole valli, dalle pareti quasi a picco, bianche di pietre: da lontano non si nota nulla: ma salendo per sentieri che sono letticciuoli di torrenti; sopra le ultime casupole di pietra della cittadina, si sale una specie di montagna del purgatorio, con i gironi uno sull’altro, forati dai buchi delle porte delle caverne saracene, dove la gente ha messo un letto, delle immagini sacre o dei cartelloni di film alle pareti di sassi, e lì vive, ammassata, qualche volta col mulo. 

In cima alla valle centrale, Chiafura, c’è un castellaccio diroccato, e una vecchia chiesa, giallo-rosa, barocca, gesuitica, distrutta da un terremoto e piena di erba. Da lassù in alto potei vedere tutta Scicli. Come un vecchio giocattolo, sul calcare, la città di uno scolorito ex voto. Nella piazza affollata di uomini neri, solo uomini, stavano facendo un pazzesco girotondo alcune giardinette della Dc, urlando slogans in polemica dagli altoparlanti. […]

Visto così, da lontano e dall’alto, Scicli era quello che si dice la Sicilia. Una comunità di gente ricca di vita, compressa, atterrita, deformata da secoli di dominazione, che troppa intesa a succhiarne il sangue, non ne ha potuto succhiare la vita: e l’ha lasciata viva, e quanto viva, a soffrire, a dibattersi, a uccidere, anziché a operare, a pensare e a amare. Quanto al resto, al ritmo intimo e quotidiano della vita, ben poca differenza mi pare ci sia con un paese ciociaro o magari piemontese. 

La storia italiana e quella siciliana, tutto sommato si equivalgono. C’è una sostanziale differenza tra i Savoia, i Papi e i Borboni? Qui, a una repressione certo più disperata e massiccia corrisponde ora un risveglio più stupefatto e clamoroso. Ed è questo ciò che ho visto a Scicli. […]

“Vie Nuove” n° 22, Maggio 1959, pag. 29. 

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L’Etna e il suo fascino eterno al centro di miti e le leggende nel corso dei millenni

 « … l’Etna nevoso, colonna del cielo / d’acuto gelo perenne nutrice / lo comprime. / Sgorgano da segrete caverne / fonti purissime d’orrido fuoco, / fiumi nel giorno riversano / corrente di livido fumo / e nella notte rotola / con bagliori di sangue / rocce portando alla discesa / profonda del mare, con fragore»

(Pindaro, Pitica I 470 a. C.)

 

L’EtnaMongibello, chiamata con affetto nell’area catanese ‘a Muntagna è un vasto complesso vulcanico siciliano che si è originato nel periodo  originatosi Quaternario (circa 2500 anni fa) e rappresenta il vulcano attivo terrestre più alto della Placca euroasiatica.

Con le sue eruzioni ha plasmato costantemente il paesaggio circostante, minacciando spesso le diverse comunità umane che nei millenni hanno vissuto alle sue pendici. Dal 2013 è stato inserito della Word Heritage List dell’Unesco, dunque è formalmente patrimonio di tutta l’umanità.

La cultura greco-romana ha prodotto un’infinità di leggende e miti sulla grande montagna animata da fuoco e fiamme.  Storie in cui il fatalismo si fonde con la fede, la superstizione, il mito e la leggenda. Secondo una leggenda il dio Eolo, il re dei venti, avrebbe imprigionato i venti del mondo all’interno delle caverne e delle grotte dell’Etna.

Secondo il poeta Eschilo, il gigante Tifone (detto anche Tifeo), figlio di Gea (Terra) e Tartaro, fu sconfitto da Zeus in Sicilia, dove Zeus lo schiacciò scaraventandogli addosso l’Etna. A partire proprio da quel giorno il monte erutterebbe fuoco, per tutti i fulmini scagliati. Un altro gigante, Encelado, si ribellò contro gli dei, venne ucciso e fu bruciato nell’Etna.

Su Efesto o Vulcano, dio del fuoco e della metallurgia e fabbro degli dei, venne detto di aver avuto la sua fucina sotto l’Etna e di aver domato il demone del fuoco Adranos e di averlo guidato fuori dalla montagna, mentre i Ciclopi vi tenevano un’officina di forgiatura nella quale producevano le saette usate come armi di Zeus. Era convinzione diffusa che il “mondo dei morti” greco, il Tartaro, fosse situato sotto l’Etna.

Persino Sant’Agata, Patrona di Catania, ha  leggenda legata al vulcano. Si narra che, dopo il martirio, quando l’Etna eruttò nel 252, il popolo catanese prese il velo della Santa, rimasto intatto dalle fiamme del suo martirio, e invocò il suo aiuto. Si dice che a seguito di ciò l’eruzione finì, mentre il velo divenne rosso sangue, e che per questo motivo, ancora oggi, i devoti invocano il suo nome contro il fuoco e i fulmini.

Anche Re Artù risiederebbe, secondo la leggenda, in un castello sull’Etna, il cui celato ingresso sarebbe una delle tante misteriose grotte che la costellano. Il mitico re dei Sassoni appare anche in una leggenda, quella del cavallo del vescovo, narrata da Gervasio di Tilbury. Seconda una leggenda inglese l’anima della regina Elisabetta  I d’Inghilterra ora risiede nell’Etna, a causa di un patto che lei fece col diavolo in cambio del suo aiuto per governare il regno.

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Biancomangiare: un dolce risalente al Medioevo che esalta la purezza del “cibo bianco”

Biancomangiare, una parola apparentemente priva di senso, scialba, che pare riferirsi a del “cibo bianco”. Invece dietro un nome semplice  si nasconde un buonissimo dolce della tradizione contadina prodotto nell’area iblea della Sicilia, quella che fu la Contea di Modica. Il Biancomangiare si è diffuso prima in tutta la Sicilia, travalicando successivamente i confini regionali. Si tratta di un antico dolce morbido e profumatissimo che prende il nome dal candore degli ingredienti che lo compongono: latte e mandorle. Già in epoca medievale si hanno tracce di questa pietanza: risale, infatti, al XII secolo la sua prima apparizione nei ricettari.

Originariamente non aveva una ricetta specifica, si trattava di una preparazione basata sulle presunte qualità del colore bianco, simbolo di purezza e ascetismo. Un cibo destinato alle classi altolocate, caratterizzato dal colore degli ingredienti tutti rigorosamente di colore bianco, che prevalevano nella sua elaborazione, come petto di pollo, latte, mandorle, riso, zucchero, lardo, zenzero bianco.
Una ricetta, quindi, sia dolce che salata, interpretata variamente anche a seconda delle diverse aree geografiche. Oltre ad essere fortemente diffuso in Sicilia, il biancomangiare è presente anche in Valle d’Aosta.

La preparazione canonica prevede l’uso del latte, mentre la ricetta modicana predispone l’uso del latte di mandorla. La ricetta ragusana include anche limone, cannella e miele ibleo.
Oggi il biancomangiare è una preparazione prettamente dolce, tipica di tre regioni italiane: la Sicilia, appunto, la Valle d’Aosta e la Sardegna. In Valle d’Aosta prende il nome di Blanc manger e si prepara sia con latte di mandorle, che con latte di mucca. In Sardegna viene chiamato Menjar blanc, in cui la crema di latte è racchiusa tra due sfoglie.

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Il Mediterraneo, non un mare ma mille mari. Non una civiltà ma un serie di civiltà accatastate le une sulle altre

Che cosa è il Mediterraneo? Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre. Viaggiare nel Mediterraneo significa incontrare il mondo romano in Libano, la preistoria in Sardegna, le città greche in Sicilia, la presenza araba in Spagna, l’Islam turco in Iugoslavia. Significa sprofondare nell’abisso dei secoli, fino alle costruzioni megalitiche di Malta o alle piramidi d’Egitto. Significa incontrare realtà antichissime, ancora vive, a fianco dell’ultramoderno: accanto a Venezia, nella sua falsa immobilità, l’imponente agglomerato industriale di Mestre; accanto alla barca del pescatore, che è ancora quella di Ulisse, il peschereccio devastatore dei fondi marini o le enormi petroliere. Significa immergersi nell’arcaismo dei mondi insulari e nello stesso tempo stupire di fronte all’estrema giovinezza di città molto antiche, aperte a tutti i venti della cultura e del profitto, e che da secoli sorvegliano e consumano il mare.

Fernand Braudel, storico

 

Foto di Rosalba Nifosì

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La storia di Italo, il cane che conquistò l’affetto degli abitanti di Scicli

La storia di Italo è una di quelle storie in grado di emozionare chiunque ne viene a conoscenza, quella di un cane che ha dimostrato ad una piccola comunità del Sud Italia una umanità non comune per un animale. Una storia che può essere paragonata a quella di Hachiko, il cane che aspettò invano ogni pomeriggio il padrone alla stazione fino all’ultimo dei suoi giorni, o la gloriosa Laika, la cagnolina meticcia che il 3 novembre 1957 fu sacrificata sull’altare della guerra fredda spaziale tra Unione Sovietica e Stati Uniti, imbarcata sulla capsula sovietica Sputnik 2.

Sia Hachiko che Laika hanno una statua per mantenere vivo il ricordo ad imperitura memoria, sono stati fatti film e documentari sulle loro storie. Italo non ce l’ha, il sindaco di allora l’aveva promessa ma poi, si sa, tante cose vengono inghiottite dalla macchina burocratica. I suoi resti riposano presso la villa comunale del paese che ha fatto da cornice a questa storia, Scicli.

Adesso è uscito un film ispirato alla sua storia: Italo, diretto da Alessia Scarso e distribuito da Notorious Pictures, in uscita nelle sale di tutta Italia in questi giorni. Nel cast Marco Bocci, Elena Radonicich, Barbara Tabita, mentre la voce narrante è di Leo Gullotta. Italo è interpretato da  Tomak,  Golden Retriever addestrato da Massimo Perla, che da oltre trent’anni si occupa della preparazione di cani per cinema e televisione con il metodo gentile e del rinforzo positivo.

Ma ritorniamo all’Italo vero. Un meticcio di grande taglia che compare nelle strade di Scicli intorno al 2008, con discrezione. Ma, sin da subito, si impone all’attenzione di tutti frequentando la via tardo barocca patrimonio Unesco, cuore pulsante della città e della movida notturna, sede del Municipio  e location del telefilm Commissario Montalbano: via Francesco Mormino Penna.

Nessuno conosce da dove sia sbucato fuori. Ci sono diverse teorie a riguardo in città: la più accreditata sostiene che sia diventato un randagio dopo la morte del padrone, che in tanti in paese sostengono fosse un clochard. Ma poco importa.

In poco tempo Italo si conquistò l’affetto di tutti accompagnando i turisti, fermandosi a scodinzolare con i bambini, partecipando a matrimoni, funerali, eventi pubblici di ogni genere (anche politici) e abbaiando alle macchine che passavano per la “sua”zona a traffico limitando. Sempre disponibile a farsi selfie con chi gli si avvicinasse. La sera accompagnava fino alla macchina chi si attardava per via Mormino Penna. Un amico di tutti. “Italo ciao! Vieni qua”, e lui correva festoso battendo la coda verso chiunque.

Straziante la storia di una sua amicizia particolare. Un giovane operaio, sempre pronto allo scherzo e a stare in compagnia, aveva un appuntamento quotidiano con Italo: prima di partire per il lavoro, la mattina presto, gli dava un boccone, che lo ricambiava facendogli le feste. Una mattina infausta il giovane operaio ha avuto un incidente mortale. E Italo ha vegliato sull’uscio di casa il suo vecchio amico e lo ha accompagnato anche per il corteo funebre, il più vicino alla bara. Quel giorno il comportamento di Italo ha commosso una città intera, straziata già dal dolore per la perdita del giovane.

Un pomeriggio una signora investì con la macchina Italo. E scappò. Sui social e sui siti locali si alzò alta l’indignazione popolare e la signora, mossa da un forte senso di colpa, si presentò dai vigili per dire che era stata lei. Dopo l’incidente Italo, già vecchio e affetto da qualche lieve malattia, fu prontamente curato e ritornò tra gli sciclitani. Un po’ zoppicante, più del solito. Il sindaco gli donò una grande cuccia posta accanto all’ingresso del comune, un collare con ciondolo e gli fece mettere il microchip a suo nome. Ma nel 2011, come tutte le favole, anche quella di Italo si concluse. Fu un vero e proprio lutto per l’intera città. Tanti i biglietti e le candele accese sulla sua cuccia a testimonianza di un amore incondizionato da parte di tutti.

Una storia vera, una storia toccante, che parla di umanità canina impressa nei cuori di tutti gli abitanti della cittadina siciliana di Scicli. E che, adesso, è stata ripresa e trasposta su una pellicola cinematografica, per dare risonanza e visibilità alla storia del cane che conquistò il cuore di 27.000 siciliani.

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Il Caciocavallo Ragusano Dop: il “formaggio a mattone” vanto dell’Altopiano degli Iblei

Il Caciocavallo Ragusano Dop è un “formaggio a mattone” vanto del territorio in cui è prodotto, l’area iblea, l’angolo più a sud e rigoglioso della Sicilia. Un’eccellenza gastronomica frutto della tradizione casearia locale che racconta la storia di un luogo votato all’agricoltura ed alla pastorizia, prodotta nelle masserie, caratteristici complessi architettonici della campagna iblea costruiti interamente con pietra bianca calcarea, abitazione del massaro e piccolo caseificio dove il latte delle mucche, che pascolano nei campi intorno, viene trasformato artigianalmente in delizia del palato, secondo una ricetta che si tramanda da generazioni.

Nasce in un’atmosfera bucolica, tra strumenti in legno dai nomi antichi e gesti lenti. Il latte, appena munto, viene portato nel locale dove avviene la caseificazione. Cremoso e ricco di panna, il latte fresco qui emana i sapori delle erbe aromatiche dell’altopiano ibleo.

Il “Ragusano” si presenta con una una tipica forma rettangolare (altezza 13-15 cm e lunghezza 40-45 cm), pesa normalmente più di 10 chili, viene prodotto con latte vaccino intero ottenuto da mucche di razza Modicana allevate prevalentemente allo stato brado.

Ha un sapore intenso, che deriva dalle caratteristiche specifiche della zona in cui è prodotto, in cui i pascoli sono ricchi di essenze ed erbe aromatiche che conferiscono al latte, e quindi al formaggio, un profumo ed un gusto unici e straordinari; viene lasciato maturare per un periodo che va da quattro mesi ad un anno, in base al tipo desiderato, tutte le forme sono uniche, mai nessuna uguale alla altre. Il primo luglio 1996 il Quattru Facci (così viene chiamato in dialetto per la sua forma) ha ottenuto la Denominazione di Origine Protetta ed è controllato dal Consorzio per la Tutela del formaggio Ragusano Dop.

Il sapore è dolce, gradevole, delicato e con il prolungamento della stagionatura diventa leggermente piccante. Molto utilizzato nella preparazione dei piatti della gastronomia ragusana, si abbina magnificamente con vini come il Marsala (per il prodotto meno stagionato) e l’Etna Rosso, il Cerasuolo di Vittoria e il Faro Rosso per quello più stagionato.

Viene prodotto in modo quasi esclusivo nella provincia di Ragusa ed in parte di quella di Siracusa coincidente per lo più con il territorio dei comuni di Rosolini, Noto e Palazzolo Acreide. Il nome deriverebbe dall’antica abitudine di appendere le forme di formaggio a cavallo di un bastone posto in orizzontale per farle stagionare. Si tratta di uno dei formaggi più antichi dell’isola.

Sin dal XIV secolo il Caciocavallo Ragusano è fonte di un fiorente commercio oltre i confini del Regno di Sicilia. Nel 1515 ci sono tracce di testi in cui si parla di una esenzione dai dazi anche per il caciocavallo ragusano, già oggetto di notevole commercio, come testimoniato da documenti notarili relativi al commercio via nave del caciocavallo. Nel 1808, l’abate Paolo Balsamo sottolineava la bontà dei bestiami di Modica ed i prodotti di cacio e ricotta, superiori di cinquanta per cento ai comuni, e di venticinque per cento ai migliori di Sicilia. Nel 1856 Filippo Garofalo esalta la notorietà e la squisitezza dei caci e delle ricotte del Ragusano. L’antropologo Antonino Uccello elenca le diverse tecniche di caseificazione dilungandosi su quelle relative al caciocavallo, di cui descrive sia le proprietà organolettiche, sia i modi d’impiego.

Un’eccellenza enogastronomica del ricco ed opulento territorio ragusano (la provincia di Ragusa ha il PIL più alto dell’isola), dove si realizza il 60% della produzione lattiero-casearia di tutta la Sicilia.

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Scicli, la Città Felice del fotografo Armando Rotoletti

Il grande pubblico conosce Scicli come “Luogo di Montalbano”, per l’ambientazione di  numerose  scene della fiction  televisiva di successo, tratta dai romanzi di Camilleri, il cui protagonista è Luca Zingaretti, nel ruolo del Commissario. ma Scicli, esaltata da Elio Vittorini come “la più bella città del  mondo”, adagiata in una conca, ricca di chiese, conventi, palazzi tardo-barocchi,  è uno scrigno di tesori.  “Pensai  alla mano di un architetto divino, quando la vidi per la prima volta…  E, dopo aver fatto la prima foto (la Chiesa di Santa Maria della Consolazione, ora in copertina), decisi  di voler essere il suo custode metafisico, lavorando a un libro”, dice Armando Rotoletti.  “Le caratteristiche di un borgo ci sono tutte – scrive lo storico dell’Arte Paolo Nifosì, sciclitano – I ruderi di un castello sulla collina di San Matteo, una chiesa madre abbandonata a mezza collina e la città storica in basso a fondovalle; una città piccola, ma densa di teatrali scenografie urbane dove a farla da padrone sono le facciate delle chiese tardobarocche, legate insieme da fantastici palazzi ricchi di mensole popolate  da tigri, cavalli alati, grifi e maschere manieristiche…”.

Tuttavia, sarebbe riduttivo descrivere Scicli  come città-museo. Essa è viva, ricca di stimoli, vissuta da i suoi residenti  e dai nuovi sciclitani, che, pur non abitandola stabilmente, si sentono parte della comunità. Non poteva mancare in apertura il testo di Luca Zingaretti (“…e allora capii che Scicli aveva qualcosa nella sua accoglienza, nella sua dolcezza, nella sua placidità, qualcosa di femminile, quasi di materno”), anch’egli  folgorato quando cominciò a  frequentarla  per  le riprese del  “Commissario Montalbano”.  Il titolo del  libro – “Scicli città felice” – è testimonianza d’amore e augurio per i tempi che verranno.

Fonte: www.armandorotoletti.com

armandorotoletti

Chi è Armando Rotoletti

Armando Rotoletti (Messina, 1958) ha studiato fotografia presso il St. Mary College e il London Polytechnic (ora University of Westimnster) a Londra, città dove ha iniziato la sua attività professionale.

Trasferitosi a Milano negli anni ’80 si è quindi dedicato al fotogiornalismo. Tra il 1985 e il 1995 ha prodotto diversi reportage presentati in mostre personali e collettive. Nel 1990, su invito di Grazia Neri, è entrato a far parte della sua storica agenzia, dando avvio all’attività di fotografo-ritrattista di personaggi della cultura, dello spettacolo e dell’economia. I suoi reportage sono stati pubblicati da molte importanti riviste tra cui i settimanali “Sette” e “Io donna” del Corriere della Sera, Vanity Fair, The Sunday Times, etc.

Contestualmente ai suoi impegni editoriali da una decina d’anni si dedica anche a lavori di ampio respiro e di approfondimento sociale; tra questi Le facce della saggezza (ritratti di filosofi italiani); Casa della Carità. I volti le storie, dedicato agli ospiti della Casa della Carità di Don Colmegna; Barbieri di Sicilia, un reportage sulle ultime botteghe di barbiere nell’isola.

Attualmente, in parallelo alla ritrattistica, documenta paesaggi e volti dei distretti agroalimentari (Langhe, Food Valley, ecc.) pubblicando i relativi volumi: Gente di Barbaresco è il primo risultato di questo nuovo impegno. Con Circoli di conversazione a Biancavilla, Rotoletti esplora la realtà antropologica di un paese siciliano alle pendici dell’Etna, dal destino incerto e in lotta perenne con la modernità. Un altro suo recente volume, Valelapena, racconta storie di riscatto dal carcere di Alba, dove ai detenuti è consentito il lavoro nel vigneto dello stesso carcere.

Il suo ultimo libro, Scicli, città felice, è il racconto fotografico di una delle più affascinanti città barocche del Sud Est della Sicilia. Le sue immagini d’archivio sono attualmente distribuite dall’agenzia Luzphoto.

Selezione principali volumi monografici Scicli, città felice, Arti Grafiche Favia, Modugno (Bari) 2014. Valelapena, Graficart, Biassono (MB) 2013. Circoli di conversazione a Biancavilla, Arti Grafiche Favia, Modugno (Bari) 2013. Gente di Barbaresco, Arti Grafiche Favia, Modugno (Bari) 2013. Barbieri di Sicilia, Grafiche Mariano, Mariano Comense 2007; ora disponibile anche come ebook in edizione ampliata. Casa della Carità. I volti le storie, Skira, Milano 2005. Lorenzo, cerbiatto di città, Grafiche Migliorini, Milano 1990. Milano, bianco e nero, Arti Grafiche F.lli Fiorin, Milano 1989.

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Cicidda R’oru, il Bambin Gesù itinerante che gira per i vicoli barocchi di Scicli accolto dalla musica della banda

A Scicli, perla del Val di Noto, il Natale carica le architetture e gli scenari barocchi di un’atmosfera densa di storia e folclore. Piccoli gruppi di musicanti girano per vicoli e viuzze che ricordano i quartieri arabi suonando la pastorale, A Ninnaredda e diverse altre musiche natalizie, raccolte sotto il nome di Nuvena ri Natali.

Originariamente, a suonare con violino e contrabbasso le nenie natalizie erano musicisti improvvisati che giravano per le vie della città, fermandosi davanti agli usci contrassegnati da un segno tracciato con il carbone. Al loro passaggio si scatenava un’esplosione festosa di gioia da parte dei più piccoli.
Oggi a suonare la Nuvena ri Natali nei nove giorni che precedono il Natale, sono i musicisti della banda cittadina.

Un vero e proprio rito che inizia all’imbrunire e che, per alcune ore della sera, ricrea tra i vicoli suggestivi ed i palazzi barocchi un’atmosfera irreale, che riporta alle tradizioni bucoliche e pastorali del luogo, terra di mare con una forte vocazione agricola.

Il giorno di Natale viene portata in giro per la città la statua di un piccolo e paffuto Gesù Bambino (chiamato Cicidda R’oru), una scultura lignea del Settecento adagiata sull’arca delle reliquie di San Bartolomeo (attribuita allo scultore napoletano Padula).
Nel pomeriggio di Natale, il corteo dei fedeli, insieme alla banda ed ai componenti dell’Arciconfraternita, accompagna il piccolo Gesù lungo le vie della città.

Un tempo, la festa del Natale prevedeva soltanto celebrazioni presso l’altare del presepe. Dal 1803, tale la festa viene arricchita dal rito della vestizione: lavaggio dei piedi e vestizione di un bambino povero da Gesù Bambino, con tunica rossa, corona di fiori in testa e una piccola croce di legno; così addobbato il bambino girava all’interno delle vie del quartiere (Castellana, San Giuseppe, Fontana, Gesu, Maestranza) sotto un baldacchino sorretto dai confrati dell’Arciconfraternita di San Bartolomeo, per raccogliere doni e sussidi da parte dei fedeli. La festa con processione esterna per le vie della città, così come ritualmente viene celebrata oggi, risale al 1818.
A partire dal 1875, la statua lignea di Cicidda R’oru venne posta sull’arca delle reliquie di San Bartolomeo.
Dunque la comunità di Scicli onora e celebra il Santo Natale con una delicatezza emotiva, rispettosa di tradizioni antiche che raccontano di una società semplice, rurale, devota e fedele.

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Sicilia al terzo posto tra le isole più belle e paradisiache del mondo. La classifica di Condé Nast Traveller

I lettori di Condé Nast Traveller hanno stilato la top 10 delle isole più belle del mondo. La Sicilia si piazza al terzo posto dietro le Isole Greche e le Maldive. Ogni singola spiaggia della Sicilia, l’isola più grande del Mediterraneo, è un vero e proprio paradiso a sé.

Le sue spettacolari spiagge, di sabbia bianca e fine o ciottoli levigati dal lavorio del mare, e le sue acque cristalline portano l’isola in cima ad una classifica di rilevanza mondiale. Oltre alla Sicilia, nella lista rientra anche un’altra isola italiana, Capri, posizionatasi al settimo posto.

Ecco la top 10:

  1. MALDIVE
  2. ISOLE GRECHE
  3. SICILIA
  4. ST. BARTHS
  5. BALEARI
  6. SEYCHELLES
  7. CAPRI
  8. BARBADOS
  9. MAURITIUS
  10. MALTA                        

Ragusa Ibla, il cuore barocco degli Iblei. Viaggio aereo tra vicoli, palazzi e sontuose chiese

Ragusa Ibla (in siciliano Iusu), oggi quartiere della città di Ragusa, è il fulcro da cui la città si è sviluppata.
È situato nella parte orientale della città, sopra una collina che va dai 385 ai 440 metri sul livello del mare.
Dopo il terremoto del 1693, l’intero quartiere fu ricostruito attuando cantieri che produssero opere, edifici e monumenti di gusto tardo barocco.

Il Val di Noto, angolo prezioso e nobile di una Sicilia nascosta da vivere e da riscoprire

La tripartizione della Sicilia in Val di Mazara, Val Demone e Val di Noto risale all’IX secolo d.C., dopo la conquista araba, per distinguere i territori bizantini da quelli islamici. Il termine valli (o distretti) deriva dal latino vallis, che significa circondario. Una suddivisione dei territori più geografica che amministrativa.

Il Val di Mazara comprendeva la parte occidentale della Sicilia, il Val Demone la parte nordorientale mentre il ridente Val di Noto i territori del Sud-Est delimitati a settentrione dal corso del Simeto e a occidente dal Salso. Esso comprendeva le città di Catania, Lentini, Augusta, Siracusa, Vizzini, Caltagirone, Piazza Armerina, Mineo, Enna, San Filippo d’Agira, Noto, Calascibetta. Il sistema tripartito si mantenne fino alla promulgazione della Costituzione Siciliana del 1812, con la quale la Sicilia venne divisa in 23 distretti e 7 intendenze. Nel 1834 vennero estese all’isola le leggi borboniche; la legislazione del Regno delle Due Sicilie durò fino al 1860, anno in cui subentrò la legge piemontese del 1859.

Il Val di Noto è un territorio che offre l’opportunità di un viaggio tra templi greci e anfiteatri romani, tra chiese cristiane e necropoli bizantine, palazzi svevi e aragonesi, vicoli e cortili arabi, dove poter ammirare il trionfo finale dell’arte barocca europea.

Otto comuni del Val di Noto sono entrati, nel 2002, nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco (Noto, Palazzolo Acreide, Scicli, Modica, Ragusa, Militello Val Di Catania, Caltagirone, Catania) per “l’eccezionale testimonianza dell’arte e dell’architettura del tardo barocco” e per “l’omogeneità causata dalla contemporanea ricostruzione delle città, dopo il terremoto del 1693”.

Molteplici le ragioni artistiche e architettoniche per cui vale la pena visitare questo angolo nobile e prezioso della Sicilia: dalla bellezza delle linee morbide di pietra bianca del Giardino di Pietra che è Noto, alle tracce greche di Akrai a Palazzolo Acreide, dalla città-presepe e delle Cento Chiese di Modica, alla scenografia architettonica e paesaggistica della sontuosa Scicli, dall’aristocratica Siracusa con le sue vestigia antiche all’indistruttibile Catania, con la sua pietra nera, annientata e ricostruita per ben sette volte dall’Etna.

Oltre che per i suoi palazzi e le sue chiese, il Val di Noto è un luogo incantevole anche per la ricchissima enogastronomia, che esalta le produzione agricole e i suoi allevamenti locali, e che parla di tradizioni che vengono dall’Africa e dal Mediterraneo in genere.

Inoltre, le comunità sono animate da feste e tradizioni che vengono da molto lontano, con una fede popolare che va a braccetto con il folclore. In alcune di esse, ad esempio le feste di Sant’Agata a Catania e di Santa Lucia a Siracusa, il popolo si ritrova attorno a pratiche simboliche ripetute da secoli, con momenti di enorme emotività di massa.

Foto di Rosalba Nifosì

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La città di Scicli su Italia Più, trimestrale de Il Sole 24 Ore. Un’intera pagina ne celebra la bellezza

Un’intera pagina su Italia Più, trimestrale del gruppo Il Sole 24 Ore, dedicata ai comuni, ha avuto la città di Scicli come protagonista. A pag. 184, infatti, essa viene descritta come la città più bella del mondo, indugiando anche sulla costa e il litorale.

Clicca qui per sfogliare la rivista sul sito di Italia Più.

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«Scicli, forse è la più bella di tutte le città del mondo». Uno sguardo dall’alto

«È la più bella città che abbiamo mai vista. Più di Piazza Armerina. Più di Caltagirone. Più di Ragusa, e più di Nicosia, e più di Enna. Più di Modica e più di Gela… Forse è la più bella di tutte le città del mondo. E la gente è contenta nelle città che sono belle…»

(Elio Vittorini, Le Città del Mondo, 1969)

Video realizzato da Gianni La China

Donnalucata (Ayn-Al-Awqat): incantevole borgo di mare difeso dalla Madonna Guerriera a Cavallo

Piccolo e affascinante borgo di mare nell’estremo lembo meridionale della Sicilia, un piccolo centro marinaro che guarda la dirimpettaia Tunisi. Un posto paradisiaco con spiagge di sabbia fine e bianca, bagnata dal Mare Nostrum, che ha visto la presenza umana, fin da tempi antichissimi, ed in particolare di una delle prime popolazioni siciliane: i Sicani.

Pindaro nelle Olimpiche ne parla come luogo selvaggio e affascinante, le cui popolazioni erano dedite per lo più alla pastorizia e alla lavorazione della selce. Si narra di una fonte sacra a Cerere, protetta da un muretto per evitare che il mare o la sabbia la invadessero, e da almeno due soldati di guardia.

Secondo fonti autorevoli, Donnalucata era molto nota per un importante mercato di schiavi avviato dai Fenici, i quali si recavano sulle coste donnalucatesi anche per la raccolta del corallo che abbondava in quel periodo e sino al XVIII secolo.
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La festa dedicata alla dea Cerere aveva luogo nel mese di agosto, e nel periodo cristiano continuò ad essere celebrata venendo dedicata alla Madonna Assunta. Essa era caratterizzata da gare di barche e di cavalli. Pare che il forte sentimento dei locali per questa celebrazione ha fatto si che la chiesa di Donnalucata (oggi dedicata a Santa Caterina da Siena) non appena eretta venisse intitolata proprio alla Madonna Assunta.

L’origine del nome Donnalucata deriva, appunto dalla sua antica sorgente. Un viaggiatore Arabo, Al Idris (latinizzato in Odrisi) inviò infatti al Sultano Saladino una relazione in cui diceva di aver trovato una fonte che sgorgava cinque volte al giorno, ad ore ben precise e corrispondenti alle ore delle preghiere musulmane. Disse di aver trovato Ayn-Al-Awqat, ovvero fonte delle ore, che latinizzato divenne Donnalucata.

A cavallo dell’anno Mille Donnalucata, nel 1091 secondo un mito locale, ci fu un epico scontro in cui i Normanni (cristiani), sebbene di molto inferiori nel numero, guidati dal conte Ruggero d’Altavilla, ebbero la meglio sulle truppe dell’Emiro Bell Khan grazie ad un intervento della Madonna su un cavallo bianco (Madonna dei Mulici).

Nel luogo della battaglia fu costruito un santuario, dedicato alla Vergine Guerriera, e contenente tra l’altro l’impronta impressa sulla pietra del Suo cavallo. Il Santuario distrutto da un terremoto nel 1693 fu ricostruito nel 1721.

Dunque non un anonimo lembo di spiaggia senza identità, ma un luogo che trasuda una storia millenaria. Il lungomare e il porticciolo nei pomeriggi d’inverno assumono un’aria molto romantica e baroccheggiante, a tratti decadente, con un fascino indescrivibile di azzurro e rosa.

Il luogo ideale per una vacanza tranquilla, carezzata dal sole e dal mare, all’interno di un grazioso borgo di pietra bianca. Un luogo d’incanto, per vacanze in felice equilibrio tra storia e tradizione, a pochi chilometri di distanza dalla cittadina barocca di Scicli, patrimonio dell’umanità Unesco.

Madonna delle Milizie

Foto di Rosalba Nifosì

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Il magazine online di Dolce & Gabbana inserisce Scicli tra le 10 città più sottovalutate della Sicilia

La rivista “Dolce & Gabbana Luxury Magazine Online” inserisce la città barocca della provincia di Ragusa, Scicli, famosa per essere la patria del Commissario Montalbano, oltre che per essere città inserita nella World Heritage List dell’Unesco per le sue splendide architetture barocche, tra le 10 città più sottovalutate della Sicilia.

Clicca qui per leggere l’articolo originale.

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Scicli: la città più bella del mondo ha sempre più appeal turistico

A Scicli, perla barocca del Val di Noto, definita da Elio Vittorini come “la città più bella del mondo”, set della celeberrima serie televisiva del Commissario Montalbano (tratta dai romanzi di Andrea Camilleri), città inserita nella World Heritage List dell’Unesco, si registra un aumento continuo delle presenze turistiche, soprattutto dai paesi del Nordeuropa.

Un trend in continua crescita legato alla recente apertura dell’aeroporto Pio La Torre di Comiso, che ha spalancato le porte della zona sudorientale della Sicilia a turisti alla ricerca dei luoghi e dei monumenti che raccontano il passato nobile di un’isola in cui i Greci,  Arabi,  Normanni, Spagnoli hanno lasciato segni tutt’ora visibili non solo nelle architetture, ma anche nei volti, nella lingua, nella ricchissima gastronomia.

Scicli oggi appare come un vero e proprio scrigno pieno di gioielli invidiati da tutto il mondo, frutto della sedimentazione culturale delle civiltà nel corso dei millenni: dal dipinto seicentesco del Cristo in Gonnella, al sontuoso Palazzo Benevantano con i suoi mascheroni barocchi, via Mormino Penna (costruita quasi interamente a fine Settecento), la chiesa di San Matteo (icona della città) con la sua storia millenaria, le chiese di Santa Teresa e san Michele Arcangelo, il parco archeologico di Chiafura.

Ma Scicli non è solo Barocco. È anche mare, con i suoi 18 chilometri di coste di finissima sabbia bianca e di Mar Mediterraneo. È gastronomia, con una cucina tipica fortemente caratterizzata da sapori e profumi provenienti dalle culture maghrebine e mediterranee; per quanto riguarda i dolci, molto apprezzate le “Teste di Turco”, dolci a forma di turbante, traccia di un passato normanno e cattolico irridente verso l’Islam, oggi privi di ogni caratterizzazione ideologica, apprezzati solo per la loro bontà.

Dunque un lembo di Sicilia sempre più apprezzato da Inglesi, Francesi, Tedeschi, Austriaci alla ricerca di un esotismo che è ancora possibile ritrovare negli angoli più nascosti in un’isola misteriosa e tutta da scoprire.

Foto di Rosalba Nifosì

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Scicli: the most beautiful city in the world has more and more tourist appeal

In Scicli, baroque pearl of the Val di Noto, defined by Elio Vittorini as “the most beautiful city in the world”, the set of the famous television series of Montalbano (novels by Andrea Camilleri), cities included in the World Heritage List , there is a continuous increase of tourists, mainly from the countries of Northern Europe.

A growing trend linked to the recent opening of Pio La Torre airport in Comiso, which has opened the doors of South East of Sicily to tourists looking for the places and monuments that tell the noble past of an island where Greeks , Arabs, Normans, Spaniards have left marks still visible not only in the architecture, but also in the faces, in language, and in the rich Sicilian gastronomy.

Scicli today appears as a precious treasure chest full of jewels envied around the world, the result of cultural sedimentation of civilizations over the millennia: from the Seventeenth century painting of “Christ with Skirt”, the sumptuous Beneventano Palace with its Baroque masks, Mormino Penna Street (built almost entirely at the end of the Eighteenth century), the church of San Matteo (icon of the city) with its long history, the churches of Santa Teresa and San Michele Arcangelo, the archaeological park of Chiafura.

But Scicli is not only Baroque. It is also sea, with its 18 miles of coastline of fine white sand and the Mediterranean Sea. It’s gastronomy, with typical cuisine strongly characterized by flavors and aromas coming from the Maghreb and Mediterranean cultures; regarding sweets, much appreciated are the “Heads of Turkish”, cakes shaped turban, traces of a past Norman and Catholic mocking towards Islam, now devoid of any ideological characterization, valued only for their goodness.

So a part of Sicily increasingly popular with British, French, Germans, Austrians looking for an exoticism that is still possible to find in the most hidden places of a mysterious island to discover.

Photo by Rosalba Nifosì

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